Periodo silenzioso: il bambino capisce l’inglese ma non lo parla. Cosa fare
12 ottobre 202610 minuti di lettura

In sintesi
- Il periodo silenzioso è la fase in cui un bambino capisce l’inglese ma non lo parla ancora: ascolta, osserva, risponde con i gesti. È frequente e, di per sé, non è un segnale di ritardo.
- La durata varia molto da bambino a bambino: per chi è immerso ogni giorno nella lingua si parla di alcuni mesi, fino a circa sei.
- Aiutano domande a cui si risponde con un gesto, gruppi piccoli, canzoni e giochi; non aiuta chiedere «dillo in inglese» davanti agli altri.
- Se il bambino parla poco anche in italiano, o il silenzio riguarda ogni situazione, il primo riferimento è il pediatra.
Il periodo silenzioso è la fase in cui un bambino che impara una nuova lingua la capisce, ma non la parla ancora. In classe di inglese succede spesso nelle prime settimane: il bambino segue tutto, ride alle battute della teacher, indica la figura giusta, ma alla domanda risponde con un sorriso, in italiano o con niente. A casa, alla domanda «cosa hai fatto oggi?», non vuole dire neanche una parola in inglese. Per molti genitori è il momento del dubbio: sta imparando davvero? Nella grande maggioranza dei casi la risposta è sì, e in questo articolo spieghiamo perché, quanto può durare, cosa fare e cosa evitare, e quali segnali meritano invece un parere del pediatra.
Che cos’è il periodo silenzioso?
Il linguista Stephen Krashen lo ha descritto all’inizio degli anni Ottanta: i bambini che imparano una seconda lingua in modo naturale possono dire pochissimo per alcuni mesi, mentre costruiscono la lingua ascoltando e capendo ciò che succede intorno a loro. Secondo Krashen la capacità di parlare emerge da sola, quando si è capito abbastanza.
La ricercatrice americana Patton Tabors, osservando bambini piccoli in contesti in cui si parlava una lingua nuova, ha individuato quattro fasi che ritornano spesso:
- La lingua di casa. All’inizio il bambino continua a usare la sua lingua, aspettandosi di essere capito.
- Il periodo non verbale. Si accorge che serve un’altra lingua e smette di parlare per un po’: osserva, ascolta, comunica con i gesti, a volte ripete i suoni sottovoce.
- Le prime parole «in pubblico». Arrivano parole singole e frasi fatte, imparate a memoria: «my turn», «bye bye», il ritornello di una canzone.
- La lingua che cresce. Il bambino combina i pezzi che conosce e costruisce frasi sempre più sue.
Molti studiosi preferiscono parlare di periodo «non verbale» proprio perché il bambino non è affatto assente: partecipa con lo sguardo, i gesti, il corpo. Due ricercatrici inglesi, Caroline Bligh e Rose Drury (Journal of Research in Childhood Education, 2015), lo descrivono come un tempo attivo, in cui il bambino impara a modo suo. E Rose Drury racconta un episodio che dice tutto: una bambina di 4 anni, che durante il gioco di gruppo sulle parti del corpo partecipava quasi solo con i gesti, poco dopo viene trovata da sola a canticchiare «knees and toes, knees and toes». La lingua c’era già: aspettava il momento giusto per uscire.

Succede anche a chi impara l’inglese in classe, non solo ai bambini bilingui?
Sì, anche se in forma diversa. Quasi tutto ciò che si legge online riguarda i bambini che crescono con due lingue in famiglia, o che si trasferiscono in un Paese straniero. Un bambino italiano che frequenta un corso di inglese due volte a settimana ha molte meno ore di esposizione, e il suo silenzio di solito si vede in due momenti: nelle prime settimane in un gruppo nuovo, e a casa, quando gli si chiede di «dire qualcosa in inglese».
Krashen notava già che a scuola i bambini raramente hanno il tempo di un periodo silenzioso, perché gli si chiede di parlare subito. C’è però anche l’altra faccia della medaglia. Una revisione di Theresa Roberts (Early Childhood Research Quarterly, 2014) ha concluso che le prove di un periodo silenzioso uguale per tutti sono più deboli di quanto si creda, e che il modo in cui gli adulti invitano e sostengono il bambino può allungare o accorciare il silenzio. Tradotto in pratica: il silenzio va rispettato, ma non lasciato a sé stesso. Servono occasioni continue e leggere per partecipare.
Quanto dura il periodo silenzioso?
Non c’è una durata standard: varia da un bambino all’altro, e alcuni non lo attraversano affatto, come ricorda il Leaders Project del Teachers College della Columbia University. Per i bambini immersi ogni giorno nella nuova lingua Krashen parla di alcuni mesi, fino a circa sei. Con due appuntamenti a settimana l’esposizione è più bassa, quindi è ragionevole aspettarsi tempi diversi. Più che contare le settimane, conviene osservare i segnali di progresso.
| Fase | Cosa puoi notare | Cosa puoi fare |
|---|---|---|
| Ascolto | segue le attività, imita i gesti, risponde in italiano a domande in inglese | parlagli in inglese anche senza risposta, accetta i gesti come risposte |
| Prove sottovoce | canticchia le canzoni da solo, ripete parole mentre gioca, «fa la teacher» con i peluche | non interromperlo e non farlo notare: lascia che giochi |
| Prime parole | dice parole singole e frasi fatte: colori, numeri, «my turn», «thank you» | festeggia il tentativo, non la perfezione; ripeti la frase completa |
| Frasi sue | combina le parole, fa domande, prova a raccontare | dagli tempo per finire e fai domande aperte |
Cosa fare (e cosa non fare) quando non vuole parlare
L’educatrice Priscilla Clarke ha raccolto alcune strategie per accompagnare i bambini in questa fase, riprese ancora oggi nella formazione degli insegnanti in Inghilterra: continuare a parlare anche quando il bambino non risponde, coinvolgerlo in piccoli gruppi, accettare le risposte non verbali, lodare anche il più piccolo tentativo, proporre giochi di ruolo. Ecco come diventano gesti di tutti i giorni.
| Sì | No |
|---|---|
| Domande a cui si risponde con un gesto o una parola: «indicami», «quale dei due?» | «Dimmi come si dice…», come in un’interrogazione |
| Ripetere in inglese ciò che ha detto in italiano, con naturalezza | Correggere ogni parola o chiedere di ripetere |
| Canzoni, filastrocche, giochi con le stesse frasi ogni volta | Chiedergli di «dire qualcosa in inglese» davanti a nonni e amici |
| Lodare l’impegno: «hai capito tutto!» | Paragonarlo a fratelli, cugini o compagni |
| Dare tempo e continuità al percorso | Chiamarlo «timido» davanti a lui, o interrompere il corso al primo silenzio |
Se a casa vuoi provare in inglese, queste domande lasciano rispondere anche senza parlare. Toccale per ascoltare la pronuncia:
- «Me lo fai vedere?»: si risponde mostrando.
- «Indica il cane!»: funziona con un libro illustrato o con i giocattoli.
- «È grande o piccolo?»: la scelta tra due parole è il primo passo per dirne una.
- «Pollice su o pollice giù?»: per dire se una cosa piace, senza parole.
- «Batti il cinque!»: per festeggiare ogni tentativo.
Altre idee per far tornare l’inglese in casa, cinque minuti al giorno, sono nei nostri giochi in inglese da fare a casa.
Come accogliamo il periodo silenzioso in una classe KOKOland
Il nostro metodo, l’apprendimento dinamico, è costruito in modo che si possa partecipare molto prima di parlare. Ecco come, in concreto.
- Gruppi di massimo 6 coetanei. In un gruppo piccolo nessuno si nasconde e nessuno si sente esposto: ogni bambino ha spazio, e viene ascoltato anche quando risponde con un gesto.
- Un’attività diversa circa ogni 15 minuti. Canzone e movimento, gioco alla lavagna interattiva, storia sul libro, gioco di squadra: le stesse parole tornano quattro volte in forme diverse. Cantare con i gesti, toccare e trascinare le immagini alla lavagna, indicare una figura sono già modi di rispondere in inglese.
- Giochi di ruolo. Al mercato della settimana sul cibo, la frase «Can I have an apple, please?» serve per ottenere qualcosa: è spesso lì che arrivano le prime frasi fatte.
- Il Creative Lab a età mista. Nel secondo appuntamento della settimana i più piccoli guardano i più grandi e provano a fare lo stesso, ognuno al suo livello.
- Insegnanti madrelingua o bilingui, che parlano in inglese con naturalezza anche quando la risposta arriva in italiano.
A casa c’è un alleato in più. In KOKO Play, il gioco formativo di KOKOland, nei giochi con la voce si risponde a Koko ad alta voce: per un bambino che in gruppo preferisce ascoltare, parlare con Koko, senza nessuno che guarda, è spesso un primo passo. Il microfono lo gestisci tu dal profilo e la voce non viene né salvata né inviata. Te lo raccontiamo in KOKO Play, l’app per imparare l’inglese nata in una scuola.

Quando sentire il pediatra o il logopedista
Il periodo silenzioso riguarda la lingua nuova. Parlane con il pediatra, che saprà indicarti se serve un logopedista o un neuropsichiatra infantile, se noti uno o più di questi segnali:
- il bambino parla poco o niente anche in italiano, a casa e con le persone di cui si fida;
- fatica a capire istruzioni semplici anche in italiano, o hai dubbi sul suo udito;
- il silenzio non riguarda solo l’inglese: non parla a scuola, con i nonni o con gli amici, si irrigidisce o si blocca quando ci si aspetta che parli;
- ha smesso all’improvviso di parlare in luoghi dove prima parlava;
- il disagio è forte e duraturo: piange, non vuole entrare, sembra spaventato.
Sono segnali che riportano il Servizio sanitario britannico (NHS) e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Questo articolo non sostituisce il parere di un professionista: nel dubbio, chiedi sempre al pediatra.
Il bilinguismo può causare ritardo del linguaggio?
No. Secondo l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù un bambino esposto a due lingue attraversa in genere le stesse fasi dei coetanei monolingui: a volte le prime parole o le risposte arrivano un po’ più tardi, ma non si tratta di un vero ritardo, e se un disturbo del linguaggio c’è, il bilinguismo non ne è la causa. Abbiamo messo alla prova della ricerca anche altri luoghi comuni nell’articolo sui miti del bilinguismo precoce.
Mettiti alla prova
Domande frequenti
Che cos’è il periodo silenzioso?
È la fase in cui un bambino che sta imparando una nuova lingua ascolta, capisce e partecipa con i gesti, ma non la parla ancora. Lo hanno descritto linguisti come Stephen Krashen e Patton Tabors: è frequente nei bambini e non è, di per sé, un segnale di ritardo.
Quanto dura il periodo silenzioso?
Varia molto da bambino a bambino. Per i bambini immersi ogni giorno nella nuova lingua Krashen parla di alcuni mesi, fino a circa sei; con due appuntamenti a settimana l’esposizione è minore, quindi i tempi possono essere diversi. Più che i giorni, conta vedere che il bambino capisce sempre di più.
Il bilinguismo può causare ritardo del linguaggio?
No. Secondo l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù i bambini esposti a due lingue attraversano in genere le stesse fasi dei monolingui; a volte le prime parole arrivano un po’ più tardi, ma non è un vero ritardo, e il bilinguismo non causa disturbi del linguaggio.
Cosa fare se il bambino non vuole parlare inglese?
Continuare a parlargli in inglese anche senza risposta, fare domande a cui si può rispondere con un gesto o con una sola parola, lodare ogni piccolo tentativo e giocare. Evita di chiedergli di «dire qualcosa in inglese» davanti ad altri.
Un bambino timido può imparare l’inglese?
Sì. Molti bambini timidi ascoltano con grande attenzione e, quando cominciano a parlare, lo fanno con frasi già complete. Aiutano i gruppi piccoli, le routine che si ripetono e le attività in cui si partecipa anche senza parole, come canzoni con i gesti e giochi alla lavagna interattiva.
Quando parlare con il pediatra o con un logopedista?
Se il bambino parla poco o niente anche in italiano, se fatica a capire istruzioni semplici, se il silenzio si estende a scuola, con i parenti e con gli amici o se ha smesso di parlare dove prima parlava. Il primo riferimento è il pediatra.
Vieni a vederlo in classe
Il modo migliore per capire come un bambino passa dall’ascolto alle prime parole è vederlo succedere. Al Demo Day, l’incontro gratuito dentro una vera classe KOKOland con bambini della stessa età, puoi osservare come si partecipa anche senza parlare e farci tutte le domande che vuoi. Per i più piccoli parti da KOKO Stars, dai 3 ai 6 anni. Mandaci una richiesta: ti rispondiamo noi.
Fonti
- Krashen (1982), testo integrale sul sito dell’autore, capitolo sull’ipotesi dell’input e sul periodo silenzioso
- NALDIC, Stages of early bilingual learning (fasi di Tabors, 1997; strategie di Clarke, 1992; osservazioni di Drury, 2007)
- Bligh, Drury (2015), Perspectives on the “Silent Period” for Emergent Bilinguals in England, Journal of Research in Childhood Education
- Roberts (2014), Not so silent after all: Examination and analysis of the silent stage in childhood second language acquisition, Early Childhood Research Quarterly
- Leaders Project, Teachers College, Columbia University, Silent period
- Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Bilinguismo: quando in famiglia si parlano due lingue
- NHS, Selective mutism
Continua a leggere
Demo Day gratuito
Prova un Demo Day gratuito.
Una lezione vera e gratuita in una classe KOKOland della stessa età. Tu resti in sede: ti spieghiamo il metodo.



